Emotional eating

come combattere la fame emotiva, quando il cibo “riempie” un vuoto

emotional eating

Aggiusta l’interno e l’esterno si aggiusterà da solo.
(Hermann Hesse)

Che ruolo diamo al cibo?
Per cosa lo “usiamo”? Quali significati gli attribuiamo? Quali responsabilità?
Che significato ha per noi mangiare?
Perché le emozioni influenzano così tanto il nostro modo di vederci, di sentirci e di mangiare?

Il cibo, essenziale per la sopravvivenza dell’individuo, è stato, fin dall’antichità, un simbolo sacro, un pretesto nella convivialità, un premio.

Innegabile è certo il ruolo del cibo come mediatore comunicativo e affettivo dalla nascita fino, spesso, all’intera vita della madre.

Soprattutto nelle culture mediterranee, infatti, il cibo è lo strumento materno preferenziale per trasmettere affetto e approvazione, per tenere sotto controllo il benessere del figlio, per gratificare la famiglia.

Il cibo, d’altro canto, troppo spesso diventa l’ammortizzatore di emozioni, di vuoti; capro espiatorio responsabile di un malessere, di un senso di inadeguatezza.

Fin da piccoli siamo circondati da frasi del tipo:

  • se la smetti di piangere ti compro le patatine
  • se mangi tutta la pasta ti porto a giocare ai giardinetti
  • Sei in castigo! A letto senza cena
  • Questa sera ci regaliamo una cena a lume di candela
  • Mangio un cioccolatino per tirarmi un po’ su di morale
  • Come sei triste! Mangia le tagliatelle con il ragù, bella di mamma. Vedrai che ti passa!

 

COS’HANNO IN COMUNE QUESTE FRASI?

 

cosa è il cibo

Sono tutte mosse da EMOZIONI e spesso le emozioni influenzano il nostro rapporto col cibo.

Aprire il frigorifero in cerca di una consolazione (oppure svuotare la scatola dei biscotti o quella dei cioccolatini) spesso diventa il modo più semplice per controbilanciare ansia, frustrazioni, stress e tensioni, gioia, tristezza, stanchezza.

Abbuffarsi di dolci dopo una delusione amorosa, divorare cibo nei momenti di tensione, superare le quantità di cibo sufficienti per il proprio corpo e via dicendo, si chiama alimentazione emotiva.

È un problema mangiarsi un pezzo di cioccolato o un po’ di gelato per addolcire un’emozione, una volta ogni tanto?

NO, NON LO È.

Diventa un problema nel momento in cui diventa una modalità automatica e abitudinaria di gestire i problemi e i malesseri, di riempire vuoti, di veicolare emozioni.
Diventa un problema quando quel cioccolatino si scontra con una valutazione personale, il più delle volte negativa, del comportamento adottato.

Queste emozioni sono anche una delle maggiori cause di fallimento delle diete

Se il cibo diventa il sostituto dell’equilibrio emotivo le diete non funzionano perché il cibo e il peso sono i sintomi, non il problema.

Concentrarsi sul proprio peso distoglie l’attenzione dai motivi veri per cui in molti ricorrono al cibo, anche quando non hanno la fame fisiologica.

Sembra che la perdita di peso ci possano aiutare a liberarci dai fatti dolorosi che ci tormentano. Ma è inutile cercare di migliorare la forma fisica se poi non si lavora, insieme al professionista, sulle vere ragioni di fondo che, se non risolte, continueranno a farci stare male, diventando la fonte di una profonda frustrazione.

Ogni volta che a causa di uno squilibrio emotivo ci abbuffiamo in modo eccessivo rinforziamo lo sconforto associato al nostro problema di fondo, il quale genererà un’ancor più grande mancanza di controllo. Si tratta di un circolo vizioso a tutti gli effetti alimentato di continuo, poiché il bisogno di mangiare non diminuisce mai, nascondendo così il problema di fondo.

La “fame” che deriva dall’emozione non viene saziata dal cibo.

Mangiare per sentirsi meglio potrà essere efficace per un breve momento, ma l’emozione che ha agito da innesco per mangiare sarà ancora lì, anche dopo aver cercato consolazione nel cibo.
Spesso, inoltre, ci si può sentire peggio a causa delle calorie eccessive aggiunte, in colpa per non aver gestito la situazione e per mancanza di volontà.
Questo ci fa sentire impotenti sia nei confronti delle emozioni che del cibo.

 

MA COME SI DISTINGUE LA FAME “VERA”, QUELLA FISIOLOGICA, DA QUELLA “EMOTIVA”?

 

La fame propriamente detta è un insieme di segnali fisiologici che il nostro corpo ci invia quando le scorte di energia si stanno esaurendo:

  • lo stomaco “brontola”,
  • si contrae (il così detto “buco allo stomaco”),
  • le nostre energie calano, possiamo avvertire mal di testa o un lieve giramento di testa.

Oltre a questo, avvertiamo un bisogno di mangiare generalizzato, non focalizzato su una tipologia di alimento esclusivo e questo bisogno non ha carattere di urgenza, ma è rimandabile, concedendoci tutto il tempo per scegliere e preparare cosa mangiare.

La fame emotiva, invece, è quando avvertiamo un impulso a mangiare cibi calorici o in grande quantità – i così detti comfort foods – anche in assenza di una fame fisiologica o in misura comunque sproporzionata ai nostri reali bisogni fisiologici.

La fame emotiva è infatti un impulso che ci spinge a mangiare per “distrarci” da stati emotivi disturbanti o intollerabili (ansia, noia, solitudine, rabbia eccetera).

Spesso è questione di noia o abitudini

Il nostro rapporto con il cibo si costruisce nel tempo e spesso è la conseguenza delle abitudini alimentari che abbiamo acquisito, ed è condizionato da una serie di stimoli ambientali, sociali e familiari: sono abituato a far così, non ho nulla da fare fino alla cena o spilucco mentre preparo la cena, anche se non ho veramente fame, anche se ho fatto la merenda poco prima.

La percezione del senso della fame ormai si è perso.

Quand’è l’ultima volta che vi siete sentiti davvero affamati? Ci avete mai pensato?

Spesso siamo abituati a mangiare per mantenere la vita sociale.

Se ci si ritrova con amici o parenti è sempre per mangiare:
ci prendiamo un caffè?
colazione fuori?
sushi? Hamburger? Giropizza?

Ma avete mai pensato che ci si possa trovare anche per una passeggiata?

 

COSA PUO’ FARE IL NUTRIZIONISTA IN QUESTI CASI?

Come nutrizionista, ti dico quello che faccio io: ti insegno a scegliere gli alimenti giusti per te e nella giusta quantità, a cucinarli correttamente e ad abbinarli tra loro in modo da esaltarne le proprietà nutrizionali.

Come counselor, per me, diventa importante comprendere anche perché e quando mangi.

Perché’ Mangi?
Quale Bisogno Vuoi Soddisfare Con Il Cibo?
Quale Bisogno Emotivo Stai “Sfamando”?

Sono consapevole che la questione è ampia e va affrontata da diversi punti di vista e con diversi professionisti, ma se stai leggendo queste righe forse stavi cercando consigli per un aiuto “pratico” per evitare di ricadere nella “fame-senza-fame”.

 

Ce ne sono tanti di consigli, non tutti funzionano per tutti, tu prova…

  • Programma. La giornata alimentare non va improvvisata. Se sai che il momento critico della giornata è al ritorno dal lavoro, tieni lo spuntino per quella fascia oraria.
  • Dispensa organizzata. Se non resisti al comfort-food, non comprarlo. Spiega agli altri componenti della famiglia che è ora che tutti mangiate sano. Le tue abitudini diventeranno le loro!
  • No al tanto tempo libero! Se sai che la noia fa da padrona nel tuo tempo libero, trovati un hobby (o meglio, uno sport!) che ti permetta di non stare sempre a gironzolare tra divano-cucina-cucina-divano.
  • Perché stai ingrassando se non mangi tanto? Tieni un diario alimentare dove segnerai giorno per giorno quel che mangi. Potresti sorprenderti da solo di quante cose sei riuscito a mangiare.
  • Rispetta la sazietà. Il meccanismo che ci permette di avvertire il senso di sazietà è una combinazione di più fattori tra i quali: quanto tempo impieghi a masticare. Molti studi mostrano che occorrono almeno 20-30 minuti perché il cervello dia il segnale di sazietà. Se mangi solo in un bar o in mensa stai a tavola in media dieci minuti, che diventano meno se mangi davanti al computer; sono troppo pochi per dar modo al segnale di agire. Quando puoi, siediti quindi a tavola senza avere fretta e mastica a lungo.
  • Abbandona i giudizi. “Questo alimento è giusto, questo è sbagliato” è un pensiero seguito spesso da un giudizio su te stesso “sono bravo, sono cattivo” che ti dai a seconda di quello che mangi. Assumi invece un atteggiamento non giudicante verso il cibo e verso te stesso
  • Evita di far assumere al cibo un carattere pressoché esclusivo di premio e consolazione. Ovvero, un cibo è buono e nutriente, più che ansiolitico.
  • Chiedi aiuto: un valido percorso d’aiuto può essere la psicoterapia cognitivo comportamentale integrata ad un percorso di aiuto alimentare con l’appoggio di professionisti del settore.

Ricorda che mangiare in modo sano e consapevole, fondando le proprie scelte quotidiane su ciò che il corpo stesso “chiede”, potrebbe essere il modo più corretto di alimentarsi e contrastare l’Emotional Eating.

Non devi essere sempre attento alle calorie, non devi necessariamente seguire un regime alimentare codificato, non devi dare un valore morale a ciò che mangi. L’insalata non è migliore dei biscotti, sono soltanto cibi diversi, con valori nutrizionali e un’utilità differenti per la nostra salute.

“L’Intuitive Eating si fonda sull’assunto che tutte le persone sono dotate di un meccanismo spontaneo e innato di regolazione del comportamento alimentare che permette loro l’assunzione dei cibi di cui hanno bisogno per mantenersi in salute” (Schwartz, 1996).

 

Dott.ssa Maria De Marinis
Biologo nutrizionista